La forza trasformativa della cooperazione sociale
Position Paper Assemblea di metà mandato di Legacoopsociali Umbria
13 novembre 2026 – Ore 10.00
Sala Consiglio Provinciale, Piazza Italia, Perugia
Le prime cooperative sociali nascono in Italia negli anni Settanta del secolo scorso, in molti casi sono organizzazioni impegnate nel processo di superamento delle istituzioni manicomiali e di riforma dello Stato sociale.
Rappresentano un’innovazione radicale del modo di fare impresa e di fare cooperazione: sono imprese che anziché perseguire l’esclusivo interesse dei proprietari e dei soci perseguono l’interesse generale della comunità, con particolare attenzione alle fasce più deboli della popolazione come le persone con problemi di salute mentale recluse negli ospedali psichiatrici. Fino ad allora il solo fine delle imprese era la massimizzazione del profitto così come il fine delle cooperative era il perseguimento dell’esclusivo interesse dei soci (la mutualità), mentre le associazioni perseguivano finalità sociali.
La comparsa della cooperazione sociale ha innovato radicalmente il quadro perché le cooperative sociali perseguono finalità sociali ma a differenza delle associazioni esercitano attività di impresa, si assumono rischio economico, lo fanno in modo professionale utilizzando prevalentemente lavoratori remunerati.
Le cooperative sociali nascono e si sviluppano per rispondere ai bisogni delle comunità locali, a cui il settore privato e pubblico non danno risposte adeguate, per innovare i servizi di welfare e creare opportunità di inclusione lavorativa per le persone più deboli. In altre parole nascono per superare i manicomi, costruire nuove reti di servizi sociali, restituire diritti e dignità a chi, come le persone recluse negli ospedali psichiatrici, ne era stato privato.
Negli anni Duemila, tuttavia, la pressione sulla cooperazione sociale della retorica tecnocratica – unione tra burocrazia e ideologia del mercato e della concorrenza – ha spinto le cooperative a omologarsi nei comportamenti e nelle strategie alle imprese di capitali ed alle amministrazioni pubbliche.
Oggi, come ci ha recentemente ricordato il sociologo francese Jean Louis Laville a Siena durante il XIX Colloquio Scientifico sull’Impresa Sociale, la cooperazione sociale si trova di fronte ad un bivio tra due traiettorie differenti.
La prima è trasformativa: consiste nel fare dell’impresa sociale uno strumento per perseguire obiettivi sociali, culturali ed ambientali ed agire per costruire un modello sociale ed economico alternativo a quello dominante aggregando le energie presenti nella comunità e dando una dimensione imprenditoriale alle istanze della società civile.
La seconda è riparatrice: propone una versione dell’impresa sociale funzionale al mantenimento del sistema economico dominante, destinata a rilegittimarlo, partendo dal presupposto che esso è in grado, utilizzando i soli strumenti di mercato, di offrire rimedi ai problemi che esso stesso genera.
Il rischio che nei prossimi anni la cooperazione sociale sotto il peso della tecnocrazia e delle ristrettezze economiche sia spinta a percorrere la seconda via è alto; questa strada porta a concentrarsi sulla capacità di erogare prestazioni per rispondere alla domanda pubblica e ai clienti privati, a dover gestire una sostenibilità economica sempre più problematica, alla necessità di garantire la continuità occupazionale dei lavoratori.
In un contesto in cui la democrazia è alla prova (Barca, Borzani 2026); dove sono evidenti i limiti del sistema economico dominante nell’assicurare stabilità economica, sostenibilità ambientale, giustizia sociale e pace crediamo che la cooperazione sociale debba percorrere con convinzione la prima traiettoria, agendo in pieno la dimensione politica, trasformativa e democratica insita nella natura stessa di imprese cooperative che perseguono finalità collettive e sociali.
Le nostre comunità, i nostri giovani, le persone più fragili oggi – qui ed ora – non hanno bisogno di organizzazioni che si occupano solo di gare e appalti; non hanno bisogno di realtà che erogano prestazioni anziché occuparsi dei bisogni legati alle biografie delle persone; non hanno bisogno di organizzazioni che si occupano solo di questioni “micro” – i singoli interventi – anziché dei temi “macro”, le politiche.
L’Assemblea di metà mandato di Legacoopsociali Umbria partirà da questi assunti per ragionare della dimensione trasformativa della cooperazione sociale e delle politiche necessarie per supportarla.
In questo l’Umbria è all’avanguardia, è un laboratorio. Da un lato, c’è in Umbria una presenza di cooperative sociali qualificata formata sia da imprese con una storia di 30, 40 ed anche 50 anni, organizzazioni legate al territorio che erogano servizi in modo professionale che da start-up che stanno sperimentando percorsi di innovazione sociale e di sviluppo di comunità. Dall’altro lato l’Umbria si è dotata di un modello di regolazione innovativo – con la LR 2/2023, la LR 2/2024 e le Linee Guida applicative della stessa approvate nell’ottobre 2026 – in cui gli strumenti collaborativi come la co-progettazione e la co-programmazione sono preferiti a quelli competitivi come le gare d’appalto. In Umbria ci sono le condizioni per superare la logica tecnocratica, riportando “fuori dal mercato” attività nate al di fuori delle logiche di mercato come ad esempio le attività educative, sociali e di inclusione lavorativa.
Oggi in Umbria ci sono una molteplicità di buone pratiche in materia di partecipazione, di amministrazione condivisa e di inclusione lavorativa. Dobbiamo costruire (nuove) politiche e superare le resistenze dei tecnocrati che, all’interno delle amministrazioni pubbliche, andando contro i valori della Carta Costituzionale (articolo 118) considerano spesso le cooperative sociali dei meri fornitori di servizi (a volte a basso prezzo) e non dei partner con cui collaborare per accrescere il benessere della collettività.


